Elisabetta, che regnò sempre

Actualizado: mar 19

“…nella salute e nella malattia, nella prosperità e nell’avversità”


In relazione alla particolarità di Elisabetta d’Ungheria di aver “regnato” sempre e in qualsiasi situazione di vita, possiamo dire molte cose. La prima sarebbe sottolineare il fatto che il “sempre” si riferisce a soli 24 anni di vita. Nonostante una ricca iconografiache la rappresenta sempre con il volto e gli atteggiamenti di una donna adulta (probabilmente per manifestare la sua condizione regale e il suo coraggio di fronte ad ogni situazione), i grandi eventi della sua vita si sono verificati durante l’infanzia e l’adolescenza.


Vale la pena ricordare che, essendo appena nata e ancora allattata al seno, fu promessa sposa a Ludovico di Turingia (che era solo un bimbo ), e portata alla corte di Wartburg, dove avrebbe regnato, e qui educata a essere imperatrice di un grande regno. Per quanto incredibile ci possa sembrare, fin dai primi giorni dalla sua nascita, iniziò la vita matrimoniale. Altrettanto incredibile ci può apparire il fatto che, come succede nel mondo delle fiabe, mentre era ancora nel grembo di sua madre, il giorno della nascita, un mago di quella regione, leggendo le costellazioni e il movimento delle stelle, avesse predetto che sarebbe stata “un inno di stelle per poter essere glorificata su tutta la terra”.


Nonostante il dolore di aver perso sua madre a 6 anni di età, a seguito di un crudele omicidio perpetrato dagli stessi membri della corte, si relazionò con tutti questi con la massima educazione e rispetto, anche se provava risentimento per la consapevolezza che tra quei volti sorridenti che la circondavano albergasse invidia e intrigo, camuffati e profumati tra orpelli e gioielli preziosi che, come noto, cercano di mascherare il male in questo mondo.


Da adolescente, per una scelta personale, decise di vestirsi in modo austero, un atteggiamento questo in contrasto con la vanità delle altre donne di corte, che ogni giorno cercavano di essere le più attraenti e affascinanti. Elisabetta, secondo i suoi biografi, era molto bella e anche con abiti semplici, con la sua grazia riusciva a catturare lo sguardo di molti, anche in mezzo ad una folla.


Questa riservatezza affascinò il suo re terreno e marito, Ludovico. Inutile dire che iniziò ad amare il suo re celeste, Gesù Cristo, fin da bambina. Entrambi l’amarono per la sua semplicità e modestia, che sono il vestito e il gioiello delle donne di cui si riconosce il vero valore.

Cuadro di Santa Elisabetta d’Ungheria appartenente al tesoro artistico della nostra parrocchia in Tivoli, Italia. D’autore ignoto e ristaurata dalla pittrice Luciana Luciani nel 1979.

Il suo matrimonio avvenne all’ età di 14 anni, precisamente nel 1221 ( anno in cui S. Francesco di Assisi scrisse la sua prima Regola e presentò il suo stile di vita alla Chiesa per riceverne l’approvazione). La sua vita matrimoniale durò solo 4 anni. Nel 1225 Ludovico morì vittima della peste. Immediatamente venne scacciata dalla corte da suo cognato, che voleva appropriarsi del potere, senza che rimanessero tracce del regno concluso con la morte del fratello.Elisabetta l’avrebbe ostacolato.


Nel 1228, probabilmente –oserei dire- in relazione all’evento della canonizzazione coeva di S. Francesco o alla fine di questo processo, Elisabetta, affascinata dalla scelta di vita del poverello, (che è noto già imitasse da quando viveva nel castello come regina ) prese l’ umile abito dell’ Ordine Francescano Secolare, un movimento laicale fondato dallo stesso santo di Assisi pochi anni prima. Dobbiamo dire che la sua opzione per la vita in povertà, sul modello francescano, nacque nel mezzo di una situazione di precarietà materiale, ma che non fece di quell’opzione una conseguenza, ma una espressione di continuità dell’esperienza di povertà di Cristo, che andava oltre la semplice materialità: era il desiderio di fare della povertà il timbro della sua vita.

In questo periodo di esilio, di rifiuto da parete dei suoi parenti e di annullamento del suo esercizio di governo, costruì con grande difficoltà, ma con entusiasmo, un piccolo ospedale per assistere i poveri e gli infermi, ospedale che dedicò a s. Francesco. Si dice che servisse i più bisognosi con attenzione e delicatezza, curando le ferite del corpo e contribuendo a sanare anche quelle dell’anima, molte delle quali per sentirsi rinnegati da Dio, essendo poveri e disprezzati.

Lavava con le sue mani le ferite e la sporcizia dei malati. Insegnava a molti a pregare di più, compresi quelli che l’aiutavano nei servizi in quel centro sanitario, che invitava a credere non solo in Dio, ma anche nella bontà dell’essere umano.

A questo punto potremmo dire che la povertà di Elisabetta –frutto dell’esilio e della sua deposizione dal trono- fosse la situazione occasionale che la spinse a vivere come povera tra i poveri? Devo dire di no. Sappiamo con precisione storica e biografica che durante il suo regno in Turingia distribuì il cibo ad un gran numero di uomini e donne poveri, che la chiamavano “madre”, per esprimerle gratitudine e onore. Personalmente credo che non ci sia più bel complimento per un re o per una regina di essere chiamati dai propri vassalli “padre” o “madre”, perché questo è il senso di essere monarchi. Era grata e gradiva di essere chiamata così.

La sua vita si concluse con questo atteggiamento di servizio disinteressato in mezzo alla piccola “comunità” di donne che erano state nella corte sue dame di compagnia e che furono esiliate dal castello insieme a lei. Tutte con lo stesso sentimento, vestite con l’abito francescano per servire gli altri. Non è un caso che la Giornata Mondiale dei Poveri venga celebrate a ridosso della sua festa del 17 novembre, ogni anno, è Elisabetta la sua ispiratrice.

Di Elisabetta di Ungheria ci rimane l’intensità di vita, nonostante la brevità della sua esistenza. Una moglie che amò l’uomo della sua vita, nonostante le fosse stato imposto, lo scelse liberamente e lo amò. Una donna realizzata nel suo ruolo di madre biologica nel portare a questo stile di vita quello che sappiamo suo amato figlio, che stette sempre al suo fianco. Una donna realizzata come regina e popolana, senza alcun conflitto. Serva sempre, credente in ogni momento. Donna sposata dall’inizio della sua vita fino alla fine. Amante e amata. Il suo amore: la carità cristiana, quella vera, quando non è fatta perché viene accettata passivamente (nel tempo dell’esilio), ma scelta. Quella che non viene praticata dando ciò che ci resta (nel tempo che fu regina). Quella carità che non cerca di fare rumore. La stessa carità che, sorella di tutti, li eleva e li spinge alla fede. Una carità esercitata sempre come scelta preferenziale di vita “nella salute e nella malattia, nella prosperità e nell’avversità “. Come chi si sposa per amore.

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